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              Roberta Borgianni   

         "Labirinti"

 S’apre con la poesia “Labirinti” questa magnifica silloge che porta lo stesso titolo. Cosa dimora e luccica nella pupilla di Roberta Borgianni? L’anima naturalmente, o per  meglio dire, l’ànemos inteso come soffio... vento. Un’anima inquieta e sensibile, ma anche generosa e amabile. Sensuale e piena. Per poterla cogliere nella sua interezza  dobbiamo attraversare le sue frammentazioni, seguendo la scia del suo canto che ci fa esplorare luoghi di luce e d’ombra… Mai come in questa poetessa ho ritrovato  l’origine arcaica e sciamanica di quest’arte antichissima, nata indivisa dalla musica e dalla danza, con il compito coraggioso di cogliere e offrire l’essenza stessa della  realtà. Mescolando l’individuale col collettivo, lo spirituale con le emozioni sensibili, e attraverso l’immaginazione, crea i mondi interiori dell’anima e ce li offre. È  sperimentazione, visione, la sua poesia. Passionale e solare... Di carne e sangue... Ma sempre onirica e misteriosa. Originale nello stile, Roberta Borgianni fa uso di un  lessico allusivo e metaforico di grande impatto emotivo e, attraverso parole vibranti, ci fa toccare alte sfere celesti per lasciarci andare, subito dopo, in caduta libera,  verso abissi profondi. Come angeli precipitati.

 Dalla Prefazione di Annabruna Gigliotti

 

  

Roberta Borgianni

  "Ombre di macchia"  

 Nel presentare Labirinti, il primo libro di Roberta Borgianni, dicevo che “Roberta ha una notevole cassa armonica per cui riesce a far vibrare intensamente le sue corde e “poesia” è  quando ci racconta la sua vita con la musicalità di un arpeggio”. E in effetti c’è musica nei suoi versi che ci raccontano di città di gatti, cavalli a dondolo, gusci di lumache, ronzii di  zanzare nella calura estiva. Iniziando a leggere questo secondo lavoro scopro che si presenta interessante, quanto e forse più del primo. Se in Labirinti emergeva una buona capacità  creativa, un bisogno di esprimersi, una richiesta di attenzione e di ascolto, in Ombre di macchia Roberta diventa più audace, tenta, riuscendoci, di conquistarci addirittura,  svelandosi di più, osando di più, mettendosi ancora più a nudo, quasi come se, impossibilitata in altro modo, avesse scelto la poesia per rivelarsi pienamente. Ma perché sceglie di  raccontarsi attraverso la natura? Continuo a leggere e scopro un aspetto espressionista, anzi, una Roberta fauve, che traccia su foglio la sua esperienza emozionale e ce la offre senza  falsi pudori. Poche pennellate e la poesia è servita, stesa sulla tela con i colori prorompenti della vita.

Dalla Prefazione di Anna Intartaglia

 

 

        Roberta Borgianni

   "Il mio coniglio profuma di biscotto"

 Magistralmente per la poetessa Roberta Borgianni in questa sua ultima raccolta di liriche, la memoria, il sentimento, il sogno e la speranza sono il filo conduttore di poesie che  ripercorrono tutti i suoi sentimenti di donna: di figlia, di madre, di amica e di persona innamorata della vita, che della quale non solo percepisce e apprezza la bellezza in ogni sua  piccola sfumatura, ma che ne sa esaltare la concretezza, la ricchezza e la molteplicità di significati. Chi se non Roberta Borgianni poteva intitolare una silloge accostando nel titolo  parole che sottintendono molto altro? Nei versi iniziali e finali della poesia che apre la silloge, ecco, a mio giudizio, la chiave di lettura per chi si affida ai suoi versi, articolata in  quelle semplici parole che aprono al mondo interiore: Mio, Coniglio, Profuma, Biscotto. Nell’aggettivo “mio” la Poetessa afferma la sua prima dichiarazione di intenti: ciò di cui  canto mi appartiene, è solo cosa mia, ma ho deciso di mettervene a parte, perché voi, miei lettori, che mi leggete, e a cui confido i miei pensieri, mi capite; mi avete scelto e io  ho scelto voi in questo incontro di anime in cui reciprocamente ci scambiamo confessioni. L’immagine del “coniglio” apre ad altre sensazioni: cosa vi è di più timido, tenero,  morbido e indifeso di un coniglietto? Il paragone, quindi, con la squisita delicatezza di versi che raccontano momenti forti e significativi, è immediato. La memoria, poi, spesso si  nasconde nel “profumo” di cose che a volte ritornano e rendono improvvisamente presenti e reali situazioni che sembrano dimenticate e resistono, invece, negli angoli di quella  parte di memoria olfattiva che restituisce anche colori, sensazioni, momenti lontani come quei “biscotti” dolci, profumati, caldi, della cucina dell’infanzia in cui gli affetti più saldi  e veri accompagnano nel ricordo e nel tempo.

Dalla Prefazione di Anna Maria Folchini Stabile

 

   

          Verusca Costenaro  

"La misura che non si colma"

La misura che non si colma è l’opera prima di Verusca Costenaro. Si configura, curiosamente, come un florilegio poiché le quasi quaranta liriche che la compongono provengono  da tre distinte raccolte tutte ancora inedite, una delle quali è composta da testi in lingua inglese, poi tradotti dall'autrice stessa in italiano. I diversi testi denotano comunque  omogeneità stilistica e tematica. Il fil rouge che unifica i frammenti di queste raccolte inedite è il configurare il percorso poetico come cammino di un Io spaesato e confuso, un  Io sperduto, alla costante e affannosa ricerca di sé. La misura che non si colma è un diario intimo di confessioni amorose non rivelate mai fino in fondo e solo suggerite,  accennate. Il discorso amoroso sembra infatti costruirsi per negazione. E nel segno della negazione ha inizio il canto: “Non aspettare, ti prego./ Non aspettarti più”, recita infatti  l’epigrafe iniziale. Dalla citazione di Palandri (C’era sempre, e tutta intera, e gentile, aperta, eppure non c’era mai.), allo spazio “non-lineare” della relazione amorosa, dal “nessun  luogo” in cui lo sguardo resta “fisso sul vuoto immobile”, alle parole “non dette” e alle “persone che non s’incontreranno mai”, fino al “non-essere”, “non-pensare”, “non-cercare”  ormai “prossima allo zero”, giù giù fino a l’ “amore che non c’è”, si sprofonda nel “vuoto di una misura che non si colma” e che mai pare potersi colmare. In questo generale  franare di ogni certezza, di ogni riferimento, in questa indeterminatezza d’amore e di vita, ove l’unica realtà è l’assenza e l’unica certezza è la negazione, un luogo riaffiora:  Venezia. La bizantina, segreta città è origine, è “culla” d’amore, di vita, è luogo d’acqua e di sogni, è città vissuta e immaginata, luogo della memoria, del rimpianto e del ritorno. 

Dalla Prefazione di Andrea Gallo 

 

  

  Anna Bruna Gigliotti

 "Sensi e controsensi"

Chi possiede l’Arte della scrittura possiede certamente un gran dono, ma non si pensi che sia una capacità semplicemente acquisita grazie al benevolo caso o ereditata da un filamento di DNA, no, la scrittura, come tutte le Arti, va coltivata, curata, seguita, affinata. Solo dopo il connubio di una preziosa predisposizione naturale e un enorme lavoro “dietro le quinte” si ottiene un buon risultato finale. Buono qualche volta, ottimo raramente. Anna Bruna Gigliotti ha fatto dell’ottimo una regola, ma non solo. Si pensa ad uno Scrittore e si pensa a romanzesche avventure, a storie di vita, a racconti fiabeschi, non si pensa certo ad una poesia. Il Poeta è una razza a sé, scrive certo, ma i suoi testi sono immediati, lesti, mirati. Racconta una lunga storia in poche strofe, e se è Poeta vero, riesce ad arrivare al centro delle emozioni con quei versi.  Ma difficilmente lo Scrittore si rivela anche Poeta o viceversa, troppe e molteplici le disuguaglianze e le difformità di penna che ci possono essere, al di là delle regole, delle tecniche o delle figure retoriche. Anna Bruna Gigliotti, invece, è sì superba Scrittrice, ma anche meravigliosa Poetessa. Anna Bruna riesce a posare sul foglio, con estrema facilità, spicchi di vita vera, rendendoli, apparentemente, leggeri, lievi, così disinvolti da sembrare un poco scanzonati, ironicamente venati, come verità agro-dolci rivelate col sorriso sulle labbra e una lacrima in bilico sull’orlo della palpebra.

 Dalla Prefazione di Roberta Borgianni

 

 

 

          Graziella Meneghetti  

    "21 Grammi"

 Le poesie di Graziella penetrano nella mente dopo aver accarezzato il cuore, dopo essere passate dalla gola, chiudendola leggermente, fino a salire agli occhi,  rendendoli lucidi di commozione. Tema dominante dei suoi testi è la disperata, assidua, quotidiana mancanza-assenza della figlia Valentina, prematuramente  scomparsa anni fa, tema che, come tutti quelli che ci accomunano riguardanti i sentimenti più forti (ma che ci rendono più vulnerabili), -amori filiali, paterni, materni o  di coppia-, è oltremodo difficile da trattare senza cadere nella trappola della banalità, dell’ovvio, della retorica. Graziella ci porge il suo dolore immenso senza urli,  senza enfatizzazioni. Lo porge sottovoce, lo poggia sul foglio, sotto forma di Poesia, come si poggia una preziosa e fragile rosa di cristallo e gli occhi dell’anima del  lettore vengono abbagliati dalla luce straordinaria delle sue parole-emozioni. Ma il lettore non s’inganni, questa sua delicatezza nel porgersi, quasi temesse di disturbare il  lettore stesso, non è priva di forza, tutt’altro, poche sigle poetiche posseggono la potenza di arrivare dritte al centro della sfera emozionale di chi si affaccia nell’intimo dello  scrittore; leggendo Graziella Meneghetti intimo e intimità si fondono e uniscono il lettore all’Autrice, che così coraggiosamente mette a nudo il suo Io più profondo e vero.

 Dalla Prefazione di Roberta Borgianni

 

  

                   Natale Miriello  

               "Emozioni"

 Natale Miriello è un distinto signore d’altri tempi e non lo dico in relazione all’età anagrafica, quanto piuttosto in riferimento ai modi gentili e composti. E altrettanto è anche la  sua poesia: una poesia di ideali e di valori, ai quali Natale Miriello non intende rinunciare: fanno parte della sua educazione e formazione, fanno parte della sua esistenza  quotidiana ed emotiva. Così, ecco che nei suoi testi trovano ampio spazio il ricordo dei martiri della Patria e gli ideali di quei sacrifici sono ricordati con rispetto e devozione  filiale; l’amore per la nipotina Letizia, alla quale è dedicata una cospicua sezione di liriche dai toni tenerissimi; l’amore devoto e fortemente sottolineato per la propria terra e il  paese d’origine, Caulonia, da cui trae orgoglio, forza d’animo e rinnovata serenità. Non mancano neppure i testi di sentimento e di ispirazione religiosa che risentono di una  spontanea e genuina fede, o testi in cui si rispecchia un umano sentire fatto di rispetto e condivisione. “Emozioni”, ecco… Quello di Natale Miriello non è un “buonismo” a buon  mercato, quanto piuttosto una umanissima disposizione d’animo per chi soffre sventure, per chi soffre patimenti, in totale fedeltà a un sentimento umano di speranza. Natale  Miriello manifesta in molti testi il suo bisogno di comprensione, da porgere gratuitamente come un dono prezioso, che diviene riflessione sull’umana condizione. Nascono così  poesie che racchiudono un’espressione di un contingente malessere, dovuto soprattutto al disordine di valori del tempo in cui viviamo.

 Dalla Prefazione di Carmine Valendino

 

 

 

         Natale Mieriello e Pasquale Campolo 

     "Dall'Immagine alla Poesia "

 Mi è già alquanto noto il poetare di Natale Miriello, in quanto, oltre ad essere un utente di conosciuti siti web di scrittura creativa, ha già pubblicato, nel 2012, una silloge, “Emozioni”con l’Associazione Culturale “LunaNera”. In “Emozioni” la parola poetica aveva una certa ampiezza di fraseggio in cui più prevalente era la struttura o narrativa o descrittiva, invece nei testi contenuti in questa silloge, intitolata “Dall’Immagine alla Poesia”, le liriche, tranne pochi ed eccezionali casi, sono molto più brevi e contenute in pochi versi e il linguaggio, di conseguenza, è divenuto più essenziale, vibrante, meno incline al dato descrittivo e ne scaturisce così una produzione più impressionistica ed evocativa, in cui la rarefazione della parola non produce né una diminuzione di senso né una diminuzione di musicalità. Il carattere di questa nuova vena poetica diventa importante da cogliere per comprendere anche l’accostamento alle fotografie di Pasquale Campolo, che ritraggono sì paesaggi o oggetti e figure, ma che anche scrutano nell’anima delle cose di cui siamo circondati: paesaggi, oggetti d’uso comune e quotidiano, persone, sacre reliquie, ecc. Immagini e Poesie viaggiano sincronicamente, senza sbavature e pienamente in accordo. Se ne evince una duplice interpretazione: o le parole divengono quasi didascalia dell’immagine, o le immagini fanno da commento alle liriche in una perfetta relazione di reciprocità, fino a diventare complementari e fondersi in un tutt’uno. La silloge qui presente consta di due sezioni: la prima in lingua italiana e la seconda, con testo a fronte, in lingua dialettale, in lingua calabrese nella fattispecie. Quindi due sezioni commentate, entrambe, dalle fotografie di Pasquale Campolo.

Dalla Prefazione di Carmine Valendino

 

 

  

           Alessandro Moschini  

        "Le corde di Eros"

 Leggendo queste poesie ci si imbatte immediatamente in un’opera prima di spiccata sensibilità e spontaneità, in cui è evidente la totale devozione al sentimento amore e al suo  affluente principale: l’erotismo. Amore percepito e riportato in tutte le sue molteplici forme, dal più sacro e ancestrale, come quello materno, al più trasgressivo e dissacrante,  come quello mercenario, alternando momenti di pura carnalità ad altri di rarefatto platonismo, e Alessandro Moschini lo fa esplorando la sessualità in lungo e in largo, dal più  lontano astrattismo alla più cruda e terrena realtà, in una surreale atmosfera di fiaba, richiamandoci così a luoghi e tempi remoti, eppure così vicini e così attuali. Lo fa ritagliando  spazi infiniti e percorsi nella memoria che riportano ora alla più disparata infanzia ora alla più concreta e reale maturità. Tutti ci riconosciamo e ci ritroviamo, chi più chi meno, da  qualche parte in queste poesie cogliendo qua e là qualche motivo che queste righe suonano come note: note sì, perché il richiamo alla musica è continuo. L’applicazione  metaforica è sempre presente e ben incastonata con garbo, lo stesso garbo con il quale l’autore ci riporta l’entità femminile in tutte le sue manifestazioni, senza mai neanche  lontanamente cadere o alludere alla volgarità e alla scontatezza.

 Dalla prefazione di Emiliano Ponziani

 

  

                Alessandro Moschini

                "Il Pentagramma di Venere"

 Alessandro Moschini si dichiara un bassista-poeta, definizione che unisce in modo indissolubile poesia e musica. E questa è proprio l’impronta che ha dato ai suoi scritti: un  gradevole miscuglio tra note e parole. Egli è solito descrivere l’amore con il linguaggio della musica, dando ritmo ai sentimenti e unendo in stretta armonia la ragione con le  emozioni e le melodie.È questo che Alessandro vuole trasmettere con la scelta della chiave di basso sul pentagramma: cinque righi e quattro spazi, in cui liriche e note si  alternano in un gioco, dove la musica evidenzia anche le parole non dette. Tra una nota e l’altra ecco spuntare le sue nove poesie di cui la prima è sempre in inglese. Un’altra  sfida del poeta, un volersi mettere alla prova in una lingua che egli conosce bene e sa rendere veicolo pregiato per le sue emozioni. Fin dal suo avvicinarsi alla poesia, Moschini  ha vissuto la nascita del suo desiderio, come una vera e propria necessità di dare forma poetica alla cascata di versi che nascevano dentro di lui prepotenti e che scivolavano fuori  irrefrenabili. Versi in cui c’è amore e c’è erotismo, un erotismo espresso in metafore, dal quale scaturisce un denominatore comune: il massimo rispetto per la donna. Le sue  muse, come lui le definisce, sono sempre descritte non solo con maestria, ma con una delicatezza, un affetto, che rende ognuna di esse la regina di quel momento magico.  Anche quando il desiderio aumenta e si fa strada in maniera più ardita, non è mai sopra le righe, né volgare e il modo in cui si avvicina a quelle figure, è sempre umile, discreto e  le rende candide di bellezza. 

Dalla Prefazione di Gloria Vettori

 

 

 

           Luigia Paglia  

       "Viaggiatrice di emozioni"

 Stimolata dal suo lavoro che la porta in giro per l’Italia e dai dolori subiti negli ultimi anni, Luigia ci porta con i suoi versi a viaggiare tra le sue emozioni. “Viaggiatrice  di  emozioni”, un titolo, un programma, un progetto evocativo e introspettivo. Spessore poetico nei versi, dove il viaggio emozionale coinvolge chi legge attentamente  con i propri  occhi e con quelli dell’autrice. Le parole sono come carezze, forti e profumate, ma graffiano anche là dove le riflessioni si tramutano in versi di  malinconico dolore. Si  protraggono nella realtà vissuta, dove tutto è stato luce e poi ombra e poi ancora luce. Luigia tinge le ombre d’un chiaroscuro luminoso che  portano infine alla speranza. I versi  di Luigia profumano, si profumano, dei suoi ricordi e delle sue nostalgie. Senza rimpianti, con la consapevolezza di godere ora  dell’attimo imprevisto e piacevole di un incontro  con la natura, con un paesaggio. Ricorrenti i suoi riferimenti ai luoghi visitati. Alterna momenti di vita all’emozione di  viverla. La sente sua questa vita, fatta di conquiste gioiose e  dolorose. E leggendola diventa un po’ nostra. Se ne condivide il senso e la svolta. 

Dalla Prefazione di Patrizia Portoghese

 

  

 

 Patrizia Portoghese  

"L'Orma Bianca Tra pensieri e Conchiglie"

Tra le poesie raccolte in questa silloge, c’è il ricordo della sofferenza,come in “Quel che resta”: “Sta per finire/questa stagione di vita/quando ero disperata/e sfioravo le rose e le spine.” ma la stagione di dolore è sempre accompagnata da una rinascita e dalla voglia di “trasformare il destino” attraverso un percorso esistenziale: “una donna che ama vedere/con nuovi occhi il destino/e la luce di giorni nuovi in arrivo.” L’asse portante dei versi di Patrizia Portoghese, è infatti la capacità di trasformazione del suo mondo, attraverso se stessa: la realtà che circonda l’autrice viene ridisegnata da un nuovo sguardo, da occhi che amano rivestirsi di nuovi sogni e di un nuovo modo di rapportarsi alle persone care. Patrizia Portoghese non ha timore di dedicare i suoi versi con sincerità, e riesce a farlo, connotando la sua poesia di un amore autentico, di un sentimento che è testimonianza di un messaggio universale: nei suoi versi si ritrova la voglia di non nascondersi e di riportare in vita l’involucro racchiuso nella sua conchiglia. “Madre mia, ti piango e ti sorrido/nei ricordi che solo io ho nel cuore,/dove conservo la parte di te/che ha dato origine alla mia sensibilità./Ora vieni e raccontami una favola/so che lo farai...”          Le parole dell’Autrice sono un ritratto interiore del suo mondo femminile a 360 gradi: in “Raccontami una favola”!, la “donna Patrizia” ricorda il desiderio di tornare per un attimo bambina; poi, la sua sensibilità si veste della consapevolezza di madre, e l’Autrice ci parla dell’amore materno in cammino, e sempre pieno di nuovi fermenti e consapevolezze: “Grazie figlio/per il colore argentino di pelle/che chiaro si confonde con il mio/per gli occhi che profondi raccontano.

Dalla Prefazione di Sarah Mataloni

 

  

          Patrizia Portoghese  

       "Universo Donna"

 Questa silloge compendia l’universo femminile, visto attraverso gli occhi di Patrizia; gli occhi sono senza dubbio la sua parte più rappresentativa; sono i bauli in cui ha riposto  vissuti spesso dolorosi, bauli densi di paesaggi che fanno da sfondo a bei ricordi, impreziosendoli. È un grido di riscossa, senza violenza, ma colmo della grande sensibilità  d’animo della poetessa Patty. Gli occhi delle donne diventano un pozzo, misteriosi nella loro profondità, magari senza cielo, tranquilli o mossi da desideri. Patrizia ne attinge con  movimenti garbati e ne fa versi sobri ed impalpabili, eppur presenti e consolatori. “Danzami negli occhi/illumina il mio cuore/che già guarda oltre il davanzale”. La donna diventa  un altare e come tale venerato e rispettato “Creatura dell’universo… unica icona di te stessa…” Non poteva che nascere dall’anima di Patty questo canto dalle mille tonalità  dedicato alla donna. Una sinfonia di acuti e bassi, moderati da una unica chiave, che comincia con la S come quella di Sol ma in lei diventa S come Sensibilità. Una chiave che  trasforma ogni suo verso in poesia d’anima “I suoni sono le parole scritte con diafana penna”. La sua è musica intensa, un inno all’amore eseguito da un coro tutto al femminile.  Tutto il dolore, le emozioni e il sentimento di una vita intera che si intreccia alla soddisfazione della riscossione sulla vita 

 Dalla Prefazione di Luigia Paglia, Veruska Vertuani, Violeta Cojocaru.

 
 
  
 
  
        Anna Rizzardi 
         "Danza di una farfalla"
 
 Leggendo le poesie di Anna Rizzardi si entra in un tunnel dove i sentimenti più vissuti, quelli logorati e abusati, divengono, riga dopo riga, una sorta di trama elegantemente  tessuta, ritmica, disinvolta. Uno spiraglio tridimensionale di colori, immagini e parole giostrate dall’indicibile voglia di colorare il mondo opaco e scarno, dove il nero è uno dei  tanti inizi, quel puntiglioso colore che si frantuma in arcobaleno sotto le sue parole poeticamente raffinate e che riportano a ritroso a immagini ancestrali e a sapori che in pochi  ancora notano e demarcano con tanto impeto e consapevolezza. Una forte e impetuosa vivacità nella calma espressa dai contenuti più variegati sottolinea una fiorente riflessività  dalla quale si percepisce come Anna dia importanza ai capillari stravolgimenti interiori, dai quali si allontana solo per descriverli con parole chiare, disilluse e ampiamente rilegati  in una personalità che si affaccia critica davanti le circostanze personali, ma anche un ondulare tra visibile e invisibile, palpabile e astratto. Poesie che profumano di vita cercata  tra le pieghe del cuore e precise nel definire l’astratto. Il variopinto gioco di parole e suoni scavalcano i dubbi e i quesiti, si perdono come echi acerbi e vividi in frasi come  sussulti dai quali si rimane dolce prigioniero di un mondo che Anna ha colorato con i suoi sentimenti espressivi e dolci da vocaboli forti e vissuti.

 Dalla Prefazione di Rachele Mancinelli e Carmine Valendino

 

 

 

          Anna Rizzardi    

      "Il codice degli occhi"

 Questa non è, per scelta, una normale prefazione, è un aprire le pagine su una bella storia, come facevano le nostre mamme. Sin dalle prime righe, avvertiremo una condizione di  leggera sospensione temporale, creata ad arte, ma con naturalezza, affinché si possa scivolare delicatamente tra i versi lasciandoci affascinare “per leggere cortecce / di suoni  diversi / ricami puntigliosi di una natura / nata per cantare”. E così, senza nemmeno percepirlo, varcheremo una porta invisibile, e sarà incanto, giardino “rigoglioso di fiordalisi /  assorti su giacigli di carta”, dove posare i nostri occhi, le nostre mani stanche, i nostri corpi che ogni giorno, ci sembrano così banalmente vuoti. Lasciamoci guidare da Anna, nel  suo mondo, “fatto di acqua / bagliori / facoltà di cuore”. Un cuore, il Suo, che non ha paura, a volte oscilla tra una carezza e una lacrima, ma è vivo, aperto, pulsante, e senza  vergogna ci mette tra le mani, negli occhi, dentro la pelle, la sua forza caratterizzante, “memorie di fuoco e fiori spezzati”. Difficile sarà, restare indifferenti a questo crescere  d’anima, ci avvolgerà, spirale univoca di pensiero e di energia, ci attraverserà come rapida di fiume, aspirandoci dentro un linguaggio ancestrale, desueto ai più, perché nel  tempo si è persa, la capacità di comunicare ai cuori con il cuore.

 Dalla prefazione di Raffaello Corti

  

 

 Anna Rizzardi  

"Con la rosa tra le labbra"

Questa terza pubblicazione di Anna Rizzardi, “Con la rosa tra le labbra”, esprime con chiarezza l’intensità di un linguaggio poetico che scava nelle profondità e nei recessi di  animi, pronti ad accogliere un messaggio di coerenza votata a esprimere con intensità un sentire forte e vibrante, ed è dono poetico ciò che questa poetessa ci consegna con  fiducia. Inoltre, la Poesia di Anna Rizzardi evidenzia come questo genere letterario - che non è solo tale, ma che è anche vita - non si possa e non si debba trattenere in nicchie o  in angoli remoti di librerie, quasi a doverla nascondere. La Poesia rappresenta invece la trincea dove ancora difendere i valori, quei valori che vengono condivisi con intensità di  intenti morali e consegnati ad una lettura attenta. Ciò che innanzitutto colpisce della poesia di Anna Rizzardi, è l’uso dell’intenso e spesso lapidario e franto verso breve e  dell’enjambement, caratteri esplicitamente di ascendenza simbolista. A ciò si unisce un attento equilibrio formale e un vivace lessico che impreziosiscono testi di estremo lirismo,  un lirismo decisamente tutto da gustare, sia che si declamino questi versi con voce, sia che vengano introspettivamente letti mentalmente o dentro l’anima. Riconoscibile il  retaggio post-simbolista del linguaggio poetico di Anna, che si nota nell’armonia delle metafore e delle sinestesie, imprescindibili “espedienti” per dire ciò che la inflazionata  parola detta e urlata non può più dire. Linguaggio forte, ardito, espressivo e intenso, per comunicare e condividere quelle forti emozioni che solo un animo sensibile può essere  in grado di sentire e di esprimere.

Dalla Prefazione di Carmine Valendino

 

 

 

    Matteo Santipolo   

"Sull'altra sponda della notte"

Scrittura minuta, semplice, essenziale per proporre sentimenti profondi scaturiti dall’amore per la sua terra e per la sua donna. Sorge perciò una poetica così piena del segreto  umano dell’essere che chiunque può sentirsene musicalmente attratto anche quando non ne sappia cogliere in pieno la ragione intrinseca. E sono parole circonfuse da aloni di  malie, parole che suggeriscono più che descrivere, che evocano più che rappresentare. Il Polesine, terra finita di acque e di silenzi. La donna, presenza inesausta per ogni  possibile proiezione futuribile, per l’intera contemporaneità immaginabile.L’autore porta bene due cose umane ineliminabili: la libertà e la servitù. La sua libertà, di fronte alla  quotidianità delle cose, è assoluta. Il suo verso vola lontano dalla costrizione del servaggio d’ogni giorno.  La sua servitù, vera e imperfetta, è l’amore. E tale imperfezione ne  precisa la vita. Ma entrambe - libertà e servitù - generano il sentimento più nobilmente chiarificatore: la nostalgia verso tutto ciò che, smarrito forse, non potrà comunque mai  essere conquistato.

 Dalla Prefazione di Michelangelo Bellinetti

 

  

 

         Carmine Valendino  

     "Colori d'anima"

 Il titolo conferito è Colori d’anima, una denominazione che sta sinteticamente a descrivere le tante, varie e complesse emozioni, con alti e bassi d’umore e con stati d’animo  svariati: amarezze, delusioni, gioie, amore, speranze…Molto forti sono due temi portanti, che chi legge, presto e senza fatica, individuerà: il tema della lontananza e quello  dell’assenza, temi di certo mutuati da reminiscenze letterarie, ma più propriamente qui da intendersi come esistenziali. Nonostante la soggettività usata (l’uso dell’io come  pronome personale) nei testi che sono contenuti in questa silloge, ritengo che tutto quanto espresso appartenga alla sensibilità di qualunque essere umano: quelle emozioni sono  di tutti, condivise attraverso le esperienze della vita, e così anche le trepide attese, le gioie, i dolori, le improvvise prostrazioni e i repentini ritorni delle speranze. Quindi, sebbene i  testi siano stati scritti sotto la sigla dell’io, qualunque lettrice o qualunque lettore può riconoscersi in essi, perché comuni sono le emozioni – positive o negative – che in questi  testi appaiono, in quanto queste appartengono alla sfera più sensibile, nonché intima, ed emotiva di qualunque essere.

 Dalla Prefazione di Carmine Valendino

 

  

          Carmine Valendino

        "Brevità di Luna"

 Carmine Valendino ci conduce con leggerezza nei suoi sogni lunari, nella libertà di amarsi, nella consolazione d’un sorriso che ha il sapore della luna. Simbolico il connubio  letterale, così innovativo nella poesia moderna. Intesa a soddisfare menti e cuori mai sazi d’amore. Per parlare solo di una tematica racchiusa in queste perle dell’autore. Un  simbolismo del tutto innovativo che si rifà minimamente ai poeti francesi di fine ‘800, forse ai nostri grandi italiani come il Pascoli. Oppure ai decadenti, di cui fu precursore  Ungaretti. Carmine Valendino si predispone ad una nuova metrica basata sul verso libero, ma scarno, filtrato. Così da folgorarci con i suoi versi. Ed essi restano come un’impronta  indelebile, nella testa, ma soprattutto nel cuore. Carmine ci offre su un piatto d’argento le sue gocce di luna, con passione. Usa i colori, anch’essi come simbolo. Il nero e il rosso  per la passione, il grigio per il malessere, l’argento come speranza, l’oro per sognare. È così che il lettore può ritrovarsi nel cromatico alternarsi di flash. Tra emozioni contrastanti  e sentimenti profondi. Resi onirici sotto l’ombra della luna.

 Dalla Prefazione di Patrizia Portoghese

 

  

        Carmine Valendino

      "Sul primo rosa"

 Circoscrivere a una nota di qualche pagina la complessità dell’esperienza poetica di Carmine Valendino è cosa ardua. L’uomo-poeta, perché Valendino tale è, il conferenziere, il  docente, il principe nero e la sua evoluzione dionisiaca, tutto coesiste e si completa nello spessore culturale e umano di un Autore che giunge alle stampe, dopo altre prove di  ricerca poetica, con un nuovo libro, Sul primo rosa, controverso e ossimorico. La silloge, infatti, si compone di due capitoli-sequenze che, essenzialmente, tendono a una  contrapposizione di toni, vis-suti evocativi, colori, pur mantenendo una struttura lirico-narrativa unitaria e consapevolmente controllata. Il primo, duro, senza possibilità di  scampo, in cui il fato, la negazione metaforica del colore, trasfigurata nel nero, estensione gotica della sofferenza e del dover-essere (e nella latenza desiderata del rosso,  colore-passione), la tendenza al tragico, seppur smorzata dallo stile poematico, il lutto in sé e fuori-da-sé, governano una materia poetica densa, magmatica: tutte  queste suggestioni emotive compongono una sorta di poliedro, una forma geometrica compiuta, verrebbe da dire un’urna sigillata e chiusa, nella quale la  rappresentazione del mondo si evince dalla lotta titanica di un io sconfitto, malinconicamente vacillante tra ricordo e rimpianto, contro la dimensione vaga del tempo,  della polvere e del grigio accadere della vita nonostante tutto.Il secondo, all’opposto, disteso sia nell’elegia sia nella forza rigeneratrice di Eros, regolato dalla variazione di toni e  colori, tra i quali spicca la presenza decisa della tinta rosso-rosa, volutamente chiari come un’alba ingabbiata nella fulgida promessa di stupore: è in questa evoluzione tonale-simbolica che  si nota una forte scelta stilisticamente diversa, determinata dal cambiamento esistenziale dell’Autore e dalla necessaria traslazione del sentimento in una sorta di estasi, di mi-mesi,  nella forma-vita della sequenza lirica. Ne segue una versificazione dai toni nuovi, folgoranti e puri in alcuni tratti e, quel che più conta, mai scontati. 

Dalla Prefazione di Ivan Fedeli

   

 

             Carmine Valendino  

  "Quasi un Diario D'Amore - Canto e Controcanto"

 "Quasi un diario d’amore", testo che dà anche il titolo alla silloge, sa condurre con immediatezza il lettore nell’intimo del Poeta, lo prende per mano e lo guida tra gli stretti vicoli  dell’amore, indicando poi la via maestra per viverlo con pienezza anche nei momenti dell’assenza. Partecipare, leggendo, all’intimità di pensiero di Carmine; si scopre un uomo  che sa essere interprete compiuto d’ogni percorso dell’amore, tenero nella presenza dell’amata, passionale nelle lontananze, capace di struggenti malinconie e di impetuosi  “assalti”, uomo che sa dare i colori dell’arcobaleno ad ogni percezione dei sensi.Il suo percorrere i momenti che compongono un rapporto amoroso è a volte delicato come una  carezza, in altre possente come il tracimare d’un fiume in piena. Tutta la silloge è una infinita ode all’amore, alle emozioni che lo attraversano ed il lettore ne può vivere le  atmosfere non come spettatore ma attore, immerso in un mare a volte quieto ed a volte impetuoso.Assolutamente da non perdere la lettura dei “Frammenti”, un collage di piccole  perle allineate a formare una collana colorata dal rosso della passione, arricchita da spumeggianti raggi di malinconia. Carmine sa cosa è l’amore, sa scriverne perché ne è  protagonista e lo canta con la dovizia di chi lo ha dentro di sé. È Poeta vero Carmine, mai chiuso tra le reti del poetare in rima, perché aperto alla sperimentazione e, soprattutto,  padrone di un patrimonio culturale che è di pochi."Quasi un diario d’amore-Canto e Controcanto" è una raccolta da conservare gelosamente e dalla quale attingere emozioni  quando si ha bisogno di amore.

Dalla Prefazione di Renato Fedi.

 

 

 

        Guido Zeviani Pallotta

      "La precoce follia"

 La più importante caratteristica della sperimentazione poetica consiste principalmente nella grande varietà che il linguaggio permette, specialmente nell’ampia libertà espressiva e  grafica. Queste libertà e trasgressioni alla norma trovano riscontro in questa raccolta poetica La Precoce Follia, di Guido Zeviani Pallotta, un giovanissimo autore al suo esordio  editoriale, ma già agguerrito e consapevole del potenziale assoluto che la parola poetica può offrire e garantire, usandola specialmente in senso corrosivo. Guido Zeviani Pallotta  è un autore che sa sperimentare con estrema consapevolezza stile e lessico, infatti scava a fondo le potenzialità che possono derivare dal ribaltamento delle regole: l’autore si  colloca tra una concentrata e prudente riflessione e una profonda potenzialità onirica dell’esperienza poetica, in modo del tutto personale e controcorrente. La tecnica  compositiva e lo stile sono continuamente diversificati e spesso si riscontra una certa regolarità di ritmo, ma che all’improvviso trova uno scarto brusco, creando così un  inaspettato impatto, travolta connotato da un impeto corrosivo. Se la poesia sperimentale è sinonimo di libertà espressiva, quella di Guido Zeviani Pallotta è allora proprio questo:  in tal senso ci si trova di fronte ad uno spregiudicato e innovativo autore che, consapevolmente, si spinge oltre le aree consuete e convenzionali della poesia.

 Dalla Prefazione di Carmine Valendino                                                           

 

  

                                                         Renato Fedi                                                                                            

                                                          "Alchimie"

 Con la poesia Alchimie, Renato Fedi apre la silloge del suo ultimo parto poetico dal titolo proprio da quel testo: “Alchimie”. L’alchimia richiede  impegno e perseveranza notevole e l’Autore sa come gestire la sua “officina” e da bravo alchimista mescola gli elementi-parole rendendo i versi  fruibili, donandoli a mano tesa all’attento lettore. Non più quindi “ameba”, simbolo che rappresenta nell’anima del poeta sofferenza prima del  parto poetico, ma lavoro interiore che porta ad un risultato raffinato pieno di luci, suoni e colori e l’elisir poetico da semplice parola diviene  humus fecondo contaminato da una profonda conoscenza poetica “alla ricerca di rinascere fenice” su un foglio bianco. “La poesia è finzione,  invenzione, attraverso la quale si raggiungono e si trasmettono le più grandi verità dell’uomo” (Fernando Pessoa - Autopsicografia - 1° aprile  1931). Renato Fedi è un fiume in piena, che trasmette le verità così come le sente, spinto dalle acque travolgenti dei sentimenti, navigando, se  necessario, controcorrente, verso un approdo sicuro, quello della poesia più vera. Molte poesie di questo libro sono affidate ai ricordi e l’Autore,  riuscendo ad evitare la trappola, ora dolce, ora amara degli stessi, manifesta la sua intensità emozionale riuscendo a trasformare, al di sopra della  soglia della propria percezione, il messaggio subliminale troppo debole per essere recepito dal lettore in chiave poetica, immediata e foriera di arricchimento interiore.

Dalla Prefazione di Michela Tropea

 

  

                                                Mohssen Kasirossafar

                            "La voce del vento"

  Il poeta instancabilmente, dà voce alla tempesta dell’anima. Dal grigio scaturisce il colore e dal dolore la poesia. Così le onde del pensiero e  lacrime si confondono nel percorso artistico di Mohssen Kasirossafar, dando luce ad un intreccio di versi ed immagini che captano l’attimo della  commozione. In questo intreccio si rispecchia anche la dicotomia culturale dell’artista: venuto da un paese lontano, ha saputo captare la  disinvoltura dei giochi di luce, dei riflessi e dei colori intensi e cangianti di Roma. In seno a quest’ultima ci offre dei versi che hanno il sapore  delle note stilistiche orientali, tracciando un ponte fra culture e popoli distanti. Un ponte che oggi è più necessario che mai, una mano tesa sul  filo dell’anima che ci unisce tutti.

 Dalla Prefazione di Donatella Abate

 

 

                                        

                                                 Marco Ambrosi

                   "Volevo essere un Angelo"

Quella di Marco è poesia di emozioni e ad essa ci si accosta con rispetto e sensibilità di lettori ed è una poesia che ci agevola, nel leggerla, ad una sacra empatia con l’Autore, che con pudore e con candore ci confessa ansie, dubbi, pensieri e, non da ultimo, fragilità, quella più profondamente umana. È una poesia che affronta l’arduo impegno della conoscenza di sé da parte dell’Autore stesso, dell’altro e che ci comunica una weltanschauung (lo sguardo sul mondo), secondo una prospettiva profondamente umana, a volte razionalmente svolta e altre volte attraverso un vasto e profondo “sentire”. Nel leggere i testi contenuti in questa silloge, intitolata Volevo essere un angelo, mi è tornato subito in mente Umberto Saba, quando affermava che il poeta è uomo tra gli uomini e Marco ha in dote la virtù dell’humanitas, una virtù che ce lo fa sentire vicino a noi che abbiamo e riceviamo il piacere e l’opportunità di leggere i suoi densi versi, e non distante, a sussurrarci conforto e consolazione - una vera e propria cura - da quel malessere che ci consuma e da quel “mal di vivere” che corrode le nostre sensibilità e la nostra civiltà.

 Dalla Prefazione di Carmine Valendino

 

  

                                   Veruska Vertuani

                    "Frammenti di Crisalide"

 Veruska vuole disperatamente essere protagonista assoluta nell’esprimere concetti dall’imbattibile deontologia, dall’etico - sociale all’amore. Ci si perde estasiati nella lettura, aggrappati alle dissonanze che diventano pane per il cervello e l’anima. “Frammenti di Crisalide”, il titolo che è già di per sé una poesia, racchiude il mondo poetico della poetessa, protesa alla ricerca delle identità passate, alla ricerca dei voli futuri. Il gioco di parole, come l’autrice stessa racconta, è il fulcro dal quale nasce ogni sua lirica ed è Maestra di tale arte, come qualsiasi artista degno di questo nome fa nascere opere di straordinaria bellezza. Addentrandomi nella raccolta non posso fare a meno di anticipare il lontano ma vicino accostarsi della poetica di Veruska Vertuani all’ermetismo dei grandi del ‘900, sebbene sono convinta che ogni epoca faccia di un poeta un ‘essere’ a sé stante. Veruska Vertuani coglie e trasmette, penetra avidamente le sue emozioni e sensazioni con una cura spasmodica dei termini, perfettamente inglobati in tutte le poesie della silloge. Perfetta l’analisi e la sintesi poetica per raggiungere l’apoteosi nelle sue liriche più conosciute e tant’è premiate in molti concorsi poetici.

Dalla Prefazione di Patrizia Portoghese

 

  

                                           Dario Pece

                     "Foglie al Crepuscolo"

Foglie al Crepuscolo, un titolo già di per sé significativo e stringente, un titolo che adempie anche ad una funzione di poetica, ad una scelta di stile e di tono: non l’enfasi e la consegna di chissà quale mirabile messaggio, ma un tono sommesso, quasi come di confessione. Questo è già un primo dato da cogliere nell’approccio alla lettura di questa raccolta di poesie di Dario Pece. Il linguaggio appare scarno e a volte tendenzialmente e volutamente prosastico. Non è, quella di Dario Pece, una poesia ostentata e retorica, piuttosto trattasi di una poesia sussurrata, mormorata quasi in penombra. Del resto, è lo stesso Autore, in Concludendo, che ci dice di non essere né artista né poeta e quel testo, l’ultimo della silloge, è una dichiarazione di poetica: Dario ci propone ciò che non è, ma non ci dice quel che è, sta a noi scoprirlo e intuirlo. Sono moltissimi i testi che nella loro struttura e stile vanno a superare il classico endecasillabo della tradizione italiana, l’allungamento della metrica va a condurre in direzione “narrativa” il testo stesso, portando alla coincidenza della poesia con la prosa e il tono della lettura risulta essere volutamente discreto, sussurrato, quasi salmodiante, come di preghiera e di invocazione

 

 

                             Maria Laura Valente

                   "Lustralia Abluzioni Liriche"

Accostarsi alla Poesia è scendere nell’anima di chi scrive. È un camminare in silenzio, su un tappeto di foglie d’autunno, senza fare rumore, ascoltando solo lo scricchiolio delle foglie.  Lustralia, la silloge di Maria Laura Valente, offre uno scorcio di vita al lettore che, attraverso e all’interno delle poesie della scrittrice, inizia un viaggio nella sua vita, nei giorni che l’hanno attraversata e che Maria Laura racconta con dovizia di particolari, immergendosi ella stessa nelle acque purificanti e purificatrici della lirica. Un percorso interiore che la Poetessa vive in prima persona e che condurrà dagli inferi al cielo, ovvero dalle tenebre alla luce. La poesia ha anche questo potere, immenso e singolare, di condurre lo scrittore ad una sorta di luce interiore che ben si irradia nell’anima di chi scrive e di chi legge. Suggestioni palpabili ad un occhio attento che sa cogliere dai versi sfumature importanti. Essa è come una fonte cristallina a cui Maria Laura si accosta in silenzio, fino ad abbeverarsi alle sue acque limpide.

2017  associazione lunanera