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              Annabruna Gigliotti  

                  "Le sedici facce della Luna"

 “Le sedici facce della luna”, di Anna Bruna Gigliotti, è una raccolta di sedici racconti brevi, ciascuno preceduto da un haiku che delicatamente ci introduce alla loro levità  d’atmosfera. L’intera raccolta così strutturata non mancherà di stupire e di meravigliare chiunque si accosti a leggerne i bellissimi racconti e i meravigliosi haiku. Ciò non solo per  l’etereo linguaggio perfettamente e finemente dosato – spesso accostabile a un delicato lirismo –, che l’Autrice usa, ma anche per l’atmosfera, per i significati dei testi e per le tante  valenze che ciascun racconto produce nella sensibilità di chi scorre queste validissime pagine. Il linguaggio letterario di Anna Bruna Gigliotti è allusivo, simbolico, metaforico; è un  linguaggio che produce effetti narrativi – ma anche emotivi – molto illuminanti, fino a rasentare una sorta di ancestrale chiaroveggenza. In questi racconti – tutti appassionanti – il  linguaggio segue un ritmo e un andamento favolistico, capace di sondare il multiforme universo femminile e Anna Bruna Gigliotti, dotata com’è di una notevole dote di sensibilità  (tutta femminile), ben riesce in questa impresa. Così nel leggere si ha l’impressione di stare seduti, rapiti, ad ascoltare i racconti dalla voce stessa dell’Autrice, e si avverte come una  preziosa sensazione d’ambra e d’oro.
 
  Dalla Prefazione di Carmine Valendino
 
 
 

            Annabruna Gigliotti

            "Arrivederci e Grazie"

 Leggendo i racconti contenuti in questa raccolta quello che colpisce immediatamente è la leggerezza con cui Anna Bruna riesce a far entrare il lettore nella storia. Tutti  apparteniamo a quelle storie e tutte ci appartengono, e la naturalezza, la semplicità, l’ovvietà con cui le facciamo nostre, le rende sorprendentemente speciali. Anna  Bruna passa con naturale disinvoltura a raccontarci di amori, di delusioni, d’amarezze, di rivalse, di sensuali fantasie erotiche, di malinconiche nostalgie. Ci racconta,  con  sensibilità tutta femminile, della vita, con le sue mille sfaccettature, ci fa sognare sulle e delle piccole-grandi cose che ci circondano, rendendo unico ogni  personaggio  delle sue storie. Sensibilità di cui l’Autrice è ampiamente dotata, ma Anna Bruna Gigliotti è anche, e soprattutto, lei stessa Donna dalle mille sfaccettature  e passioni:  scrittrice, poetessa, insegnante, attrice, particolarmente perspicace, curiosa e attenta osservatrice dell’animo umano; attinge non solo dal pozzo della sua  ricca fantasia  per dar vita ai suoi personaggi, ma anche al ricco bagaglio di esperienze personali e non, passando con estrema disinvoltura ad immedesimarsi in un Io  narrante sia  femminile che maschile, sorprendendo sempre con la sua originalissima creatività.

 Dalla Prefazione di Roberta Borgianni e Carmine Valendino

 

 

            Luigi Maffezzoli

        "Mary della valle e altre Storie"

  Nelle storie di Luigi Maffezzoli respiriamo un’atmosfera leggera, sospesa, in cui il dato reale si inserisce come contrafforte all’interno di un racconto che ha però più a  che fare con una dimensione sentimentale ed emotiva della vita, in cui il dialogo interiore dei  personaggi, costante, continuo, diventa la voce narrante che  accompagna il lettore all’interno della narrazione, prendendolo per mano, senza lasciarlo mai, per coinvolgerlo in un’esperienza intima raccontata in modo chiaro,  pulito, sempre capace di generare  ascolto ed empatia. Lo stile è preciso, senza sbavature e si procede comodi, senza scossoni, trasportati in un universo in cui le  immagini proposte sono sempre la restituzione di luoghi interiori e della loro trasposizione nel mondo, che le amplifica, diventandone  lo specchio e il luogo in cui esse  si incarnano. Gli eventi si succedono in maniera molto fluida e naturale, tanto che la fatica dell’autore, lo sforzo di ricercare sempre l’esattezza nella scelta delle parole,  sfuma in un quadro omogeneo di cui riusciamo a percepire  felicemente l’insieme senza però perdere il dettaglio; un quadro in cui lo scrittore, generosamente, rinuncia  a porsi in evidenza, privilegiando la storia alla struttura, il nitore della narrazione ai virtuosismi che mettano in luce il suo valore. Che pure c’è, perché non  c’è niente  di più complesso che raccontare il dentro senza dimenticarsi il fuori, l’umano rendendolo partecipe del mondo

 Dalla Prefazione di Valeria La Rocca

 

           Carmine Valendino 

          "Echi e Voci dal mito"

 L’opera si colloca in un tempo mitico, cioè fuori del tempo: in un “ipertempo” senza confini, che è rievocazione dell’antichità, ma che è anche presente, o illusione del  presente, in un gioco continuo di proiezioni. È il tempo delle origini che viene rievocato e ripercorso in una sorta di narrazione rapsodica o aedica. L’autore ha voluto  anche “ri-esplorare” l’anima greca, quella che ci perviene da quel lontano tempo antico e che ancora oggi possiamo percepire leggendo soprattutto i Tragici, che  accade quando scatta l’interesse per quel mondo lontano nel tempo, da cui peraltro la nostra civiltà occidentale trae origine. La condizione femminile; l’inutilità d’ogni  guerra; il rapporto uomo-divinità; il fato; la fatica di vivere; i dubbi: la condizione umana di ieri ri-esplorata nell’oggi e che ancora è parte dell’oggi. Echi e Voci dal Mito  denota una rara sensibilità non solo nel trattare ed esporre le antiche storie, ma anche nel guardare all’oggi, dando al valore dell’esistenza un significato che a volte  sembra dimenticato.

 Dalla Prefazione di Piero Cigada

 

                                                                   

                                                          Carlo Baroni

                      "Tutto quel che resta"

Il sistema stilistico e formale adottato da Carlo Baroni è sicuramente sperimentale e il registro linguistico risulta essere sferzante e tagliente, ne è anche riprova, quasi a voler incedere a un flusso continuativo, la rinuncia dell’uso degli a capo, a differenziare passaggi sintattici. Anche le figure retoriche e sintattiche, per esempio le frasi brevi e frammentate, sono efficaci a rendere in modo adeguato le atmosfere cupe, i bagliori sinistri e apocalittici che trovano descrizione nei singoli racconti. Le immagini descritte e i personaggi, che di volta in volta entrano in scena, sembrano proiettati all’interno di un set cinematografico: non mancano infatti zoommate a cogliere i particolari, né mancano le riprese a tutto campo per dare una visione d’insieme, né infine mancano le riprese dall’alto a dare una sensazione ancora più agghiacciante all’impianto scenografico o a rendere i personaggi ancora più dilaniati e tormentati che si muovono freneticamente, come instabili fantasmi. L’atmosfera è cupa, distorta, da apocalittico horror, in una ipotetica fine della specie umana, in cui gli ultimi dispersi superstiti si aggirano ormai disumanizzati e totalmente privati di coscienza, di morale o d’altri umani connotati. Eppure, in quell’incessante delirio, oltre al sesso, vissuto ormai solo come esperienza bestiale o edonistica o fine a se stessa, c’è ancora modo di esprimere pietà, nonostante la morte che imperversa e nonostante quello che sembra essere un totale abbrutimento bestiale e non più umano.

Dalla prefazione di Carmine Valendino e Roberta Borgianni

 

                                        Katiuscia Nardini 

                               "Sfumature su carta"

“Sfumature su carta” è un titolo che perfettamente si adatta all’opera di Katiuscia Nardini. Sono sfumature di storie, di riflessioni, di emozioni quelle che scaturiscono dalla mano gentile e sapiente dell’autrice. “Sfumature su carta” si presenta come un insieme di racconti e poesie, leggendo le quali si ha la sensazione di essere accompagnati per mano in una toccante ed emozionante corrente di parole e riflessioni, sempre attente e profonde, sulla vita. Tante donne protagoniste (talvolta si può intuire anche di impronta autobiografica) spesso provate dalla vita, ma donne forti, che scelgono sempre la via dell’amore. Tanti tipi di amore si ritrovano in questo libro: l’amore di una donna che sulla soglia dei quarant’anni decide di rimettersi in gioco, fino a sfiorare l’ebbrezza di una nuova passione; oppure un amore che può essere solo fantasticato, poiché (almeno apparentemente) non corrisposto; o ancora l’amore di una donna verso il proprio compagno rimasto gravemente ferito in una sparatoria. Ma l’amore può esprimersi anche tramite il supporto dato ad un’amica in procinto di sposarsi, quando i preparativi del matrimonio prendono una piega inaspettata e drammatica; o l’amore di una donna verso la propria casa, sentita come nido che la vede gioire, piangere, amare e che diventa un riflesso e una proiezione di sé stessa.

Dalla prefazione di Costanza Pieri

 

                             Annamaria Barone

                     "Raccontami una Storia"

In cosa differisce il racconto, cosiddetto breve, dalla più ampia narrativa? Il narrare breve, così come la poesia, sono ardui cimenti in cui molti si misurano e pochissimi, la Barone è una di queste, si elevano. Questo genere di scrittura esula dalle regole che determinano la buona riuscita di un più ampio romanzo. Il narrato deve nutrirsi e crescere dell’emozione diretta priva di arzigogoli e di orpelli e, in pochissime righe, giungere al cuore del lettore quasi fosse una violenta e improvvisa stilettata emotiva. Conosco molto bene questa brillante autrice, poetessa, scrittrice e attrice teatrale e quando, in occasione della pubblicazione di questa raccolta mi chiese di farmene curatore, accettai con gioia. Credo che l’artista presti le proprie emozioni all’opera che si accinge a confezionare: l’intento del pittore è dare parola alle figure ritratte così come lo scrittore, o il poeta cercano, con la parola, di suggerire scenari e immagini. Annamaria, in poesia come nei romanzi, dipinge le proprie emozioni con abile uso del linguaggio scritto. Questo fa sì che le sue parole prendano vita, forma e colore, giungendo al lettore fresche e fragranti come pane appena sfornato. Le narrazioni della Barone non sono mai scontate o prevedibili, i personaggi si svelano nell’incedere degli avvenimenti senza suggerirne, sino all’ultimo, l’epilogo. I dialoghi godono del miglior “cesello” linguistico che, con disarmante abilità, favorisce l’immaginario, proiettando il lettore all’interno della scena. Le narrazioni, seppur fantasiose e mai biografiche, prendono comunque spunto dal vissuto dell’autrice come attrice o spettatrice. Queste narrazioni, seppur differiscano per scenari, personaggi e situazioni vantano un comune denominatore. Annamaria descrive i suoi personaggi da un punto di vista femminile, più recondito e intimo. Questo rende ricca e preziosa l’emozione donata e, dal lettore, con emozione colta.

Dalla Prefazione di Moreno Tonioni

 

                          Silvio Carrara Sutour

               "Deliria de profundis"

Il personaggio si presenta da subito come un bon vivant, pigro quel tanto che basta … per bastare a se stesso, accoccolato in una professione che ha l’aria d’essere stata scelta come “male minore” cui tuttavia attende con onesta, se pur stanca, dedizione. Rare, occultate nicchie di sopravvivenza restano, in siffatta quotidianità, la presenza vitale dei classici greci e latini, la filosofia e, suo malgrado, la musica. Nessun’altra consolazione sembra essere data all’uomo che non rinuncia comunque mai (neppure davanti allo spettacolo più crudele e annientante) a un riferimento al cibo da buon gourmet. Il suo è un ritmo lento, tra noia e dolore, si sa, c’è poco da affrettarsi. E poi … il tempo, tutto “l’altro tempo” non è forse dedicato a un soggetto che è il soggetto per eccellenza del nostro eroe, capace di declinare in tutte le sue forme quell’Eros e Thanatos che è il refrain di ogni avventura, di ogni suo quotidiano inesorabile incedere verso il Vuoto? “L’altro tempo”, entità liquida e immanente, è dedicato da Francesco (tale è il nome dell’anti-eroe) alla Donna, regina incontrastata di un regno che non esiste più ma per il quale si può morire (Elena), la megera distruttrice che vive per questo suo disegno di ridurre l’uomo alla paralisi che è poi sempre afasia, la madre-matrigna capace solo di creare un bambino “sospeso”, in realtà un bambino di vetro per il quale è solo questione di tempo: a un’infanzia incolpevole e innocente fa, prima o poi, seguito la presa di coscienza di sé e del nulla che si è, ove la cognizione dell’angoscia “nasce e cresce rigogliosa come la gramigna …”.

Dalla prefazione di Emanuela d'Efraim

 


                                                          

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