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                               Antonio Nozzoli

          "Il villaggio che non c'è più"

Sono piccoli racconti di vita quotidiana delle ‘Merse’, un villaggio minerario della Montecatini inghiottito dal tempo e dai rovi, ma che Antonio fa rivivere nei ricordi, dando anima alle persone, da Padre Buganè ad Ado Pericci, immortalando con delicatezza e sensibilità delle istantanee emotive, dall’esperienza esaltante delle riprese del film con Claudia Cardinale alla bottega di Agostino, dove si pagava con la fiducia; dalla ‘panierina’ di metallo per evitare che il pranzo, giù in miniera, se lo mangiassero i topi, al Dopolavoro aziendale, il ‘circolino’,  l’unico luogo di svago del villaggio. Leggendo il racconto di Antonio ho ripensato a cosa rispose Friedrich Hölderlin, uno straordinario poeta dell’ottocento tedesco, quando gli chiesero cosa significasse per lui la poesia, e sorprendentemente rispose con una frase piccola ma immensa: ‘Io non faccio altro che tornare a casa, da mio padre’. E Hölderlin non era un conservatore, stava squarciando l’idea di poesia che c’era al suo tempo… eppure quando gli chiedevano qual è il senso della sua poesia, lui rispose ‘tornare a casa’. E se dovessi dire cosa significa ‘ futuro’, in un certo senso, parafrasando Holderlin, penso che abbia molto a che fare con il ricordo, è  sempre un ‘tornare a casa’; è il posto in cui voglio vivere, un posto che posso riconoscere, fatto di tante piccole cose che nel mio passato ho visto, magari per un momento, e che vorrei compiute, completate, realizzate:  l’onestà e la generosità di una  persona,  l’autenticità sperimentata in un gesto di amicizia, la mano che ho visto tendere  a chi ha avuto bisogno, la commozione di un abbraccio sincero, la dignità di chi lavorava duramente... e tutte queste cose compongo un mondo, che è il mondo in cui vorremmo stare, ‘casa nostra’. E quando noi lottiamo per il futuro, facciamo proprio quello, ‘tornare a casa’, una casa costruita su delle tessere di mondo che abbiamo visto, magari solo parzialmente, che ci sono sembrate la bellezza, 'casa nostra'. Antonio questo ha fatto nel suo racconto appassionato e leggero, ha messo insieme delle tessere preziose che sono state la sua vita, ma - in qualche modo - anche la nostra, e di tante persone che per lavoro o per le strade della vita, hanno popolato la nostra comunità follonichese, ne hanno costruito identità e appartenenza.

Dalla prefazione di Andrea Benini, Sindaco di Follonica

 

 

                                         Giovanni Garrone

                        "Diverse-Menti"

 La parola INTELLIGENZA deriva dal latino “legere intus”, che vuol dire comprendere, leggere dentro, andare oltre la superficie e indica la capacità di capire la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale e di immedesimarsi in personalità diverse dalla propria. Intelligenza, però può anche derivare da “legere inter”, che esprime la capacità di comprendere gli altri, cogliendone le esigenze, i desideri, le paure, le speranze. All’intelligenza e alle sue molteplici varietà si ispira il nostro autore che, con notevole abilità narrativa, intreccia situazioni concrete e personaggi realistici a sue personali riflessioni, passando spesso attraverso il benefico filtro della memoria. Così, come per magia, dalla ingarbugliata matassa della vita si snodano le “diverse menti”: la dolce follia di Giustino, quella in apparenza raccapricciante di Dante, l’oscura se pur affascinante forza della mediocrità di Domenico, il doloroso autismo di Andrea che mai potrà di una realtà cogliere l’essenziale, né mai apprezzare l’ambigua sottile bellezza dell’ironia. E ancora, la tragica storia di Carlo Felice, che pur dotato di mente brillante e di grande fascino, non riesce a concludere nessun suo progetto di vita e, tra cadute e rinascite, spreca i suoi talenti e finisce col contrapporre alla forza vitale di Eros quella oscura e distruttiva di Tanatos. E nonna Maria, che ci ricorda la “donna forte” del biblico Libro della Sapienza, perché emana intorno a sé operosità e amore e su cui alla fine si posa l’Angelo Sterminatore dell’Alzhaimer, e la trascina in una “inconsapevolezza animale”. E Paolo, cosiddetto minus habens, ragazzo down che invece lavora e fa teatro e possiede inaspettata ricchezza di sensibilità e amore. E che dire di Behru, il ragazzino etiope che, con calcolate bugie, piccole astuzie e un cervello davvero fino riesce a procurarsi simpaticamente piccoli vantaggi per sé e per la sua famiglia. 

Dalla prefazione di Clara Attanasio Giuffrida

                                                                   

                                Roberta Borgianni                                     

                                 Le memorie del paiolo

Inizio la lettura entrando in un mondo a me ignoto, la realtà di un piccolo paese calabrese fatta di povertà e semplicità, immagini nitide come scatti fotografici che fanno capire con chiarezza quale era la durezza di quella terra e di quella vita, che, alla fine, non era poi così diversa da quella dei nostri contadini o dei nostri minatori, fatta di sacrifici, di lavoro e di stenti. La povertà di una famiglia e la forza di una donna rimasta sola, una delle tante vedove lasciate da una guerra scellerata che di sicuro la gente semplice come loro non aveva voluto. E il trasferimento in Toscana, questa famiglia povera ma dignitosa, piccola parte del fenomeno migratorio che portò a Nord tantissime persone in cerca di una vita migliore, sulla spinta anche della ricerca di una rinascita economica dopo il buio profondo di cinque anni di guerra e distruzione. Roberta Borgianni descrive con efficacia la nuova vita, il sole delle estati follonichesi, il lavoro nei campi e la bicicletta, che Lucia ancora oggi usa quotidianamente per i suoi spostamenti, l’incontro con Lido. Con delicatezza racconta dell’amore tra Lucia e Lido, e qua l’emozione mi assale; è come entrare un po’ nell’intimità della loro vita, quasi mi sento a disagio, ma nello stesso tempo riaffiorano immagini che si erano offuscate: Lido al negozio oppure vestito da cacciatore quando rientra da qualche battuta… “i capelli ricci e gli occhi neri e vivissimi”.

Dalla prefazione di Antonio Nozzoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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